venerdì 2 febbraio 2018

Gli dei della Grecia

Gli della Grecia di Walter F. Otto, Adelphi, 2017
Numero pagine: 337
Titolo originale: Die Götter Griechenlands
Lingua originale: tedesco
Prima edizione: 1929
Prima edizione italiana: 1941

Da anni volevo approcciare i lavori di Walter Otto. I miei studi sulla mitologia greca hanno radici già attecchite nell’adolescenza; crescendo anche grazie all’interesse per alcuni aspetti del neopaganesimo, mi sono trovata più volte davanti a testi sulla mitologia osannati dai “profani” ma poco considerati dagli addetti ai lavori come quelli di Robert Graves, di Margaret Murray, di Umberto Pestalozza od anche di Marjia Gimbutas. Nulla da dire, chi più chi meno in alcuni casi sono sembrati anche a me piuttosto arbitrari. Walter Otto si colloca a metà, a mio parere, fra gli studi prettamente accademici ed accettati , e quelli meno scientificamente provati ma che sono diventati di culto. Otto infatti era uno studioso che insegnò per lunghi anni sia riguardo al mondo latino che a quello greco, ma il cui lavoro fu tacciato di arbitrio e soggettivismo; ciononostante è ancora oggi famoso, anche solo come un pezzo della storia degli studi sulle religioni.
Questo testo, è il più noto in Italia insieme a Dioniso, mito e culto e Le Muse e l’origine divina della parola e del canto, e sono rimasta molto stupita quando, cercandone una recensione, non ne ho trovata nessuna valida o anche solo più lunga di 10 righe.
Il volume, che per mia fortuna sono riuscita a trovare in edizione economica (15 euro a fronte dei circa 40 di edizioni precedenti) si apre con le prefazioni di Otto alla seconda (1934) e alla terza edizione (1947), per poi partire con l’introduzione ed una premessa, nelle quali Otto nota come la comprensione della religione greca risulti difficoltosa ad un moderno, permeato dalla credenza che una religione per essere solenne, morale, alta debba anche essere trascendente e quindi staccata dalla natura, personale (nel senso di un rapporto individuale di vicinanza con Dio) come cristianesimo e ebraismo ci hanno insegnato. Seppure tutto ciò non si trovi nella religione greca (escludendo i culti misterici) Otto individua una profonda religiosità in particolare nei poemi omerici che per lui sono l’incarnazione del vero pensiero religioso greco, in cui il divino non è staccato dal naturale in quanto è la natura stessa manifestazione del divino, lasciando quindi dietro di sé, nell’epoca pre-olimpica, tutto ciò che ha a che fare con il sopranaturale ed il magico. Chiaramente tutto ciò non si esprime in forma dogmatica, ma si desume analizzando i fatti e i comportamenti di Dei ed Eroi.
Questo il pensiero generale, che viene sviluppato nei capitoli successivi. Personalmente, trovo un po’ arbitrario identificare nei soli poemi omerici il sunto e la più alta manifestazione della grecità (ma esiste una grecità?), certo essi furono presenti al pensiero per tutti i successivi secoli durante i quali l’Ellade continuò a svilupparsi in tutti i campi, ma penso che mito e culto vadano indagati insieme, inoltre il materiale che la Grecia antica ci offre è talmente ampio in ogni ambito ed epoca che trovo riduttivo prendere Omero come manifesto universale .
Nel capito Religione e mito dell’epoca arcaica esplora il passaggio da una religione pre-olimpica a quella dominata da Zeus e dagli altri Dei abitatori dell’Olimpo che tanta parte hanno nell’epica omerica (precisa come secondo lui sia impossibile tracciare storicamente questo cambiamento del pensiero religioso, che pur tuttavia è chiaramente avvenuto). Gli antichi Dei, che potremmo anche chiamare Titani, dominati dal femminile e legati agli elementi, alla terra, così come alla morte, che si manifestano volentieri in forma animale, non scompaiono, ma vengono relegati in secondo piano, per affermare ciò Otto si avvale delle Eumenidi di Eschilo con il famoso processo ad Oreste e della Teogonia laddove si parla di Crono, Gaia e dello scontro fra Titani e figli di Crono.
Il legame con la morte, caratteristico delle figure pre-olimpiche, è totalmente assente nelle funzioni degli Dei successivi, le quali incarnerebbero totalmente la vita.
Ho trovato interessante questo capitolo, in verità più che altro quando traccia i contorni di questa più antica religiosità semi-sommersa in Omero, poiché in generale è quella che mi interessa di più. tuttavia il basarsi quasi esclusivamente su Eschilo e Esiodo per indagare i rapporti fra i due tipi di religiosità, mi lascia perplessa.
Nel capitolo 3, Figure degli dei olimpici, cerca di definire lo spirito ultimo di alcune delle più rilevanti divinità presenti nei poemi omerici, in particolare Atena ovvero il senno, la riflessione che applicata porta alla realizzazione (piuttosto fumosa mi è sembrata la spiegazione del perché, pur dominando su una sfera maschile, sia di sesso femminile); Apollo, colui che pur distaccato è, dopo Zeus, la sintesi del divino omerico, essenza dell’ordine e dell’armonia il cui adepto, il poeta, è anche profeta (su Apollo tornerà nell’Appendice); Artemide la cui essenza è natura e femminilità incontaminata, anch’essa contemplabile solo da lontano; Afrodite colei che muove all’unione ed essenza stessa di bellezza e grazia in ogni forma; Ermes, manifestazione divina di ciò che è fortunoso, o si può ottenere con scaltrezza, e che nell’indefinitezza tipica del suo essere ha a che fare sia coi vivi che con i morti, a differenza degli altri olimpici.
Precisa come non sia tanto importante il fatto che alcune di queste divinità nacquero in Asia o comunque in tempi pre-omerici, poiché qui vengono considerate così come sono nei poemi omerici. Inoltre, pur identificando per ognuno essenze diverse, nei capitoli successivi vengono ricondotte ad un’unità. In questo capitolo mi aspettavo un’esposizione lineare e cronologica dei vari aspetti degli Dei…beh nulla di tutto questo! Qui più che portare dati (che comunque non mancano) Otto interpreta; sennonché mi sembra una maniera piuttosto soggettiva di approcciare una disciplina che si vorrebbe se non totalmente scientifica, almeno tendente a ciò.
I due capitoli successivi, li ho trovati estremamente complicati, tanto che a tratti ho proprio fatto fatica a seguire il ragionamento, che per altro in più punti mi è parso totalmente personale e arbitrario.
Ne L’essenza degli dei l'autore parta del fatto che gli dei sono concepiti antropomorfi, giovani, immortali, non hanno contatto coi morti che se in tempi più antichi erano potenze che potevano interagire coi vivi, in Omero sono solo ombre, il passato, ciò che è stato; gli Dei sono ciò che è, inoltre Otto sottolinea come tutti i maggiori Dei omerici abbiano, anche presi singolarmente, potere e competenza su tutta l’esistenza umana, ed è appunto questo a garantire loro il primato sulle altre divinità.
Questo è quello che sono riuscita a cogliere ma devo ammettere che molti punti mi rimangono oscuri.
Se in questo capitolo si è dunque voluta definire la forma in cui erano concepite le divinità omeriche, nel successivo Essere e accadere alla luce della rivelazione degli dei si tenta di definine l’azione. Essi, gli Dei, operano insieme o soli e in ciò sta la molteplicità che l’uomo sperimenta, ma è comunque ricondotto all’armonia unitaria della superiorità di Zeus. L’uomo conserva il libero arbitrio poiché gli dei si manifestano nel suo agire, dunque le sue azioni sono sia umane che divine, sicché non esiste la colpa, ma sussiste la responsabilità.
In Dio e l’uomo fra le altre cose riprende la critica già antica all’antropomorfismo degli Dei greci, portando interessanti considerazioni sul perché ciò non dovrebbe essere visto in maniera negativa ma bensì come un segno di estrema prossimità fra l’uomo e il divino.
In Il Destino Otto indaga il legame fra gli Dei ed il destino, la Moira (figura pre-olimpica che però continuerà a vivere ed evolvere nei secoli successivi, viene qui indagata nella sua forma omerica) ovvero una sorta di necessario ordine universale al quale neanche gli dei possono sottrarsi, una potenza non personalizzata, che portando la morte, segna il confine di ciò che è divino, essendo esso, secondo Otto, totalmente vitale e opposto alla morte, naturale (nel senso di non soprannaturale). La differenza fra gli uomini e gli Dei è che questi ultimi conoscono il decreto, ciò che è stato stabilito e che deve avvenire perché l’ordine venga conservato.
Personalmente trovo difficile accettare un pensiero in cui vita e morte non sono legati inestricabilmente l’una all’altra, anche nella figura divina, quindi questa decisa opposizione Dei vita-morte non mi ha convinto molto.
Seguono quindi la conclusione ed un appentice, non presente nel volume originale, intitolata La grande metamorfosi verso le religione di Zeus nella quale la figura che più emerge come caratteristica del pensiero religioso greco è Apollo.

La postfazione, piuttosto interessante, narra la genesi del libro, la fortuna, il perché dell’aggiunta dell’appendice, i legami con Nietzsche, i motivi dell’assenza di Zeus e Dioniso fra gli Dei indagati.
In sintesi mi è parso uno studio che è valido solo se si prendono per buone le premesse iniziali, smontando le quali non rimane molto se non qualche intuizione interessante o qualche argomentazione arguta. Merita comunque di essere letto da chi volesse approfondire, anche se come lettura è piuttosto laboriosa, sia perché ha un suo posto nella storia della storia delle religioni, sia perché offre un approccio particolare all’argomento mai esaurito della mitologia greca.

giovedì 18 gennaio 2018

Le streghe di Eastwick


Le streghe di Eastwick di John Updike, CDE, 1986.
Numero pagine: 294
Titolo originale: The Witches of Eastwick
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 1984
Prima edizione italiana: 1986
 
Come ormai si sarà capito, leggo più o meno tutto quello che mi capita sotto mano sulle streghe, che sia un saggio o un romanzo.
Di Le streghe di Eastwick avevo visto il film anni e anni fa, così ho pensato di leggere il libro, visto che spesso il testo scritto risulta molto più bello dell’adattamento cinematografico. Ma in questo caso sono rimasta delusa.
Il romanzo ambientato nell'America contemporanea, parla di tre donne, Alexandra, Jane e Sukie, madri divorziate che conducono la loro vita nella cittadina di Eastwick, fra figli quasi appena nominati ed amanti sposati. Le tre donne, in qualche modo in contatto con le forze naturali, sono tre streghe, ma usano i loro poteri in maniera del tutto irresponsabile. A smuovere la trama arriva un ambiguo uomo di New York, Darryl Van Horne, al quale le tre donne finiscono per avvicinarsi e intessere un qualche vago tipo di relazione, alternando fra fiducia e gelosia reciproca.
L’indroduzione di un quarto elemento femminile, Jenny, rompe l’equilibrio creatosi, e spinge le tre donne a praticare un incantesimo che conduce Jenny alla morte. La storia si conclude con la loro partenza da Eastwick ed una nuova relazione per ognuna.
Come si vede la trama è piuttosto scarna, e priva di significativi colpi di scena; lo stile è piuttosto prolisso e descrittivo anche se interessante nella sua originalità, ed i personaggi non sono ben delineati, inoltre non sono proprio riuscita a provare simpatia per nessuno. Il rapporto con i poteri naturali delle tre donne, in particolare Alexandra, è stato l’unico tratto che ho veramente apprezzato, ma è sicuramente messo in ombra dalla grettezza e piccolezza del personaggio, come anche delle sue compagne.
Sicché non lo consiglierei, non è per nulla un racconto irrinunciabile né particolarmente avvincente, e sull'argomento streghe si trova sicuramente di meglio.
Nel 2008 è uscito il seguito, Le vedove di Eastwick, che se proprio mi capitasse per le mani potrei anche pensare di leggere, ma non avendo apprezzato il prequel dubito mi piacerebbe.

Il labirinto delle streghe

Il labirinto delle streghe di Jeanne Kalogridis, Newton Compton, 2009
Numero pagine: 365
Titolo originale: The Burning Times
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 2001
Prima edizione italiana: 2006
Anche questo volume, tanto per cambiare, viene dal mercatino dell’usato. Ero un po’ indecisa se prenderlo o meno, ma poi, la mia solita curiosità per tutte le varie declinazioni di “strega” ha avuto la meglio e l’ho letto.
Intanto c’è da dire che il titolo, come spesso succede per le traduzioni italiane, non c’entra nulla con la storia narrata; l’originale titolo inglese che in italiano suona come Il tempo dei roghi è molto più appropriato.
Il racconto, ambientato nella Francia del 300, si apre con la protagonista, una giovane donna, che si lascia catturare da un non meglio precisato nemico, viene imprigionata e inizia un processo per stregoneria contro di lei. Ad interrogarla vengono mandati un giovane monaco, Michael, e padre Charles, che ricevono pressioni dalle alte cariche affinché la condanna arrivi entro pochi giorni.
Il giovane monaco, rimane affascinato dalla presunta strega, la badessa Marie Françoise, la quale accetta di raccontare la propria storia solo a lui.
Buona parte del libro ripercorre quindi la vita di Marie, fin dalla sua nascita, adombrata da un tentativo del male di prenderne il potere, ma allietata dalla presenza e dall’insegnamento di sua nonna, una donna d’origine italiana dedita alla magia, seguace di Diana alla quale dedica la bimba.
Marie-Sybille (questo il nome impostole dalla nonna) apprende che esiste una Razza, quella delle streghe, dotate del potere della Vista, fedele ad una Dea, che sopravvive sfuggendo alle persecuzioni. Lei per nascita dovrà salvarli tutti, unendosi al suo compagno predestinato e sconfiggendo il male, che altrimenti li annienterebbe.
Tuttavia la peste si abbatte sulla famiglia, e la nonna viene catturata e bruciata, ma l’anziana donna affronta il rogo volontariamente, in una magia d’amore che rafforzerà il potere della nipote.
Seguiamo quindi le traversie di Marie, accolta in un convento (che si scopre essere retto da appartenenti alla Razza), la quale affina i suoi poteri, cerca di confrontarsi con le sue paure e di prepararsi all’incontro con il suo Amore. Anche ciò che resta dei cavalieri templari, in realtà protettori della Razza e di colei che dovrà salvarla, partecipano agli eventi.
Ma il male, portato da un religioso anch’esso dedito alla magia, poiché appartiene alla Razza, pur odiandola e cercando di estirparla, cerca di catturare più volte sia lei che Luc de la Rose, il giovane cavaliere che si scopre essere il predestinato compagno di Marie.
Gli eventi precipitano fino alla cattura e alla presunta morte sul rogo di Luc, ma in conclusione si scoprirà che Michael altri non è se non Luc, i cui ricordi sono stati eliminati in un estremo gesto di odio dal Nemico, il vescovo che voleva spingerlo a mettere a morte la sua amata.
Il lieto fine è assicurato.
Vediamo che gli spunti storici sono mescolati in maniera da far pensare al più puro minestrone new age: culto dianico, templari, magia ebraica; inoltre la fortuna dei protagonisti, che riescono sempre a cavarsela, mina la verosimiglianza del racconto. Tuttavia, l’ho trovata, sorprendentemente, una lettura abbastanza piacevole.
I personaggi sono piuttosto unidimensionali (non c’è la profondità e l’ambiguità dei pensieri reali), ma mi è piaciuta l’attenzione al potere che paura e rabbia possono avere su di noi, che è uno dei nodi centrali del romanzo; poi chiaramente i cattivi sono cattivissimi e i buoni buonissimi, cosa che mi lascia sempre un po’ perplessa ma mi riporta anche alla mente le favole in cui ogni personaggio rappresenta una singola idea o emozione.
In conclusione quindi non è uno di quei libri che bisogna avere in casa, ma è stata comunque una lettura leggera e non spiacevole.

giovedì 4 gennaio 2018

Il racconto dell'ancella

Il racconto dell'ancella di Margaret Atwood, Mondadori, 1988.
Numero di pagine: 313
Titolo originale: The Handmaid's Tale
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 1985
Prima edizione italiana: 1988

Ho letto questo libro - purtroppo - solo dopo aver visto l'omonima serie del 2017, prima non lo conoscevo, ma, benché preferisca sempre leggere prima il libro e poi dedicarmi ai rifacimenti cinematografici, è stata comunque una scoperta piacevole, visto che entrambi mi hanno appassionato.
Anche questo libro l'ho trovato provvidenzialmente usato: ero stata tentata di comprare l'ultima edizione di Il Ponte delle Grazie, ma scartabellando fra i libri del mercatino dell'usato, me lo sono trovato davanti. Immaginate la soddisfazione: pagare 2 euro invece di 17 proprio il libro che desideravi leggere.
Quella che ho trovato è la prima edizione italiana, uscita 3 anni dopo la prima in lingua originale; sicché sono passati più di 30 anni da allora, ma Il racconto dell'ancella è ancora straordinariamente attuale.
Il racconto è in prima persona e prende la voce da una donna, chiamata Difred (nell'originale inglese Offred, il suo nome di nascita è vietato, sostituito da questa qualifica di appartenenza al Comandante di nome Fred) che vive negli odierni Stati Uniti in un tempo distopico sul finire del '900. In seguito a inquinamento, guerre e conseguenti disagi, fra cui un drastico calo della fertilità mondiale, ha preso il potere un gruppo teocratico e rigidamente gerarchico, chiamato la repubblica di Galaad, portando ad una rigida divisione in "caste" sia per gli uomini che per le donne. Ogni fascia deve assolvere a determinati compiti ed è costretta ad indossare abiti che rivelino l'appartenenza degli individui: al vertice stanno i Comandanti e le Mogli (vestite di blu), ci sono poi le Figlie (vestiti bianchi) destinate al matrimonio combinato con gli Angeli, ovvero i soldati; le Marte (verde) cioè le donne anziane o non fertili che curano le case dei Comandanti il cui nome è dovuto a Marta, la sorella del biblico Lazzaro; gli Occhi ovvero le spie presenti in tutto il tessuto sociale; i Guardiani giovani ai quali non è ancora permesso avere una donna, le Economogli dai vestiti multicolori, ed in fine le Ancelle dalle vesti scarlatte e le Zie (marrone). Le Ancelle si situano al margine della gerarchia femminile, poiché il loro compito è importante per Mogli e Comandanti, quanto scomodo: sono donne fertili  che unendosi ai Comandanti (sempre alla presenza della Moglie ed in maniera ritualizzata) porteranno in grembo quelli che diverranno a tutti gli effetti figli della copia, il tutto ricalcato sull'episodio biblico di Rachele, moglie sterile di Giacobbe e la sua serva Bilah i cui figli divengono di Rachele.
Difred è un'Ancella, il suo racconto spazia dal presente durante la sua permanenza nell'abitazione del Comandante Fred e della Moglie Serena Joy, al passato con flashback sulla sua vita precedente, aveva un compagno (forse giustiziato) ed una figlia data da crescere ad un'altra copia, quando lei è stata catturata durante un tentativo di lasciare il paese, con il crescere del potere di Galaad. Viene portata insieme ad altre donne al Centro Rosso dove forzata dalle Zie, sorte di kapò plenipotenti, viene addestrata come Ancella: l'alternativa era essere deportata nelle Colonie dove l'avrebbe aspettata una morte lenta ed atroce per gli effetti di materiali radioattivi, insieme agli altri indesiderati.
Durante il giorno Difred assolve ai suoi compiti sempre accompagnata da un'altra Ancella, Diglen, che però si rivela essere in contatto con un movimento clandestino chiamato Mayday.
Una sera il Comandante la invita nel suo studio, atto già di per sé proibito, e di volta in volta i due stringono un rapporto, basato sempre e comunque sul potere. Difred capisce che l'Ancella precedente, suicidatasi nella casa, aveva anch'essa avuto dei rapporti non leciti con il Comandante, ed è a questa donna che si deve la frase incisa nella stanza di Difred, che è diventata la più celebre del libro: Nolite te bastardes carborundorum "Non lasciare che i bastardi ti schiaccino".
Il Comandante arriva a far travestire Difred e portarla a Gezabele, una sorta di bordello di lusso, dove Difred ritrova Moira, la sua amica del tempo precedente alla dittatura.
La Moglie all'oscuro di tutto, convinta che il Comandante sia sterile, spinge Difred fra le braccia di Nick, l'autista-tutto fare di casa: fra i due nasce dell'affetto, ma gli eventi precipitano quando Diglen viene scoperta e si suicida; quando un furgone degli Occhi arriva alla casa del Comandante per prendere Difred, Nick, che si scopre essere una spia anch'esso, l'avverte di stare tranquilla, poiché in realtà si tratta del Mayday. La storia si chiude così, senza lasciarci capire se Difred è riuscita a fuggire ed attraversare la frontiera con il Canada o sia effettivamente stata giustiziata.
Nella finzione letteraria, la storia che noi leggiamo è una registrazione fatta da Difred, infatti l'ultima parte del libro consiste in uno studio condotto 200 anni dopo riguardo la repubblica di Galaad da alcuni studiosi del periodo che hanno tentato di ricavare notizie sull'identità e la fine di Difred.
La narrazione si divide in due parti principali, quella notturna in cui Difred è sé stessa, sola, e quella diurna durante la quale accadono le cose, entrambe però saltano dal presente al passato e riportano i pensieri della protagonista.
Chi ha visto la serie tv avrà notato che la parte dedicata dalla scrittrice a Luke e Moria è molto minore di quella in cui compaiono negli episodi, così come quella riservata a Janine, che viene nominata poche volte, e a Diglen.

Il racconto dell'ancella si inserisce nel solco dei romanzi distopici del 900 di cui i più famosi rappresentanti sono Il mondo nuovo di Aldus Hyxley del 1932, 1984 di George Orwell del 1949 e Farenhait 451 di Ray Bradbury del 1953.
In ognuno dei racconti su citati il gruppo al potere ha trovato il modo di spezzare i legami fra gli individui, in modo che fiducia ed empatia siano bandite dalla società, rendendo più facilmente controllabili i cittadini. Ne Il racconto dell'Ancella il meccanismo è simile a quello di 1984: un sistema di spionaggio e delazione talmente ampio che spinge le persone a non fidarsi di nessuno, abolendo anche la solidarietà femminile; in Farenhait 451 e in Il mondo nuovo il controllo sociale è apparentemente meno stretto ma anche più subdolo, poiché si basa sul tenere le coscienze "addormentate" tramite l'uso di droghe, comodità e distrazioni varie.
L'esistenza di un qualsiasi tipo di resistenza o gruppi di dissidenti è piuttosto incerta sia in Il racconto dell'ancella che in 1984; in Farenhait 451 invece il protagonista finisce per unirsi ai ribelli, mentre in Il mondo nuovo il protagonista è originario di un piccolo gruppo al di fuori del condizionamento sociale imperante. Laddove l'esistenza di un qualche gruppo di opposizione sia incerto, spesso a causa della mancanza di informazioni credibili e non manipolate, manca anche la speranza di un qualche tipo di cambiamento, infatti è proprio la scoperta di una possibile via di uscita che muove gli eventi dei personaggi di Atwood ed Orwell.
In tutti questi racconti (tranne ne Il mondo nuovo) nel corso della narrazione si trovano accenni ad una guerra combattuta in un luogo relativamente distante, ma che determina molti aspetti sociali (la creazione di nemici per instaurare il controllo sulla popolazione è magistralmente esposta anche nell'altra opera di Orwell, La fattoria degli animali).
Ne Il racconto dell'ancella non c'è un unico grande capo come il Grande Ford de Il mondo nuovo o il Grande Fratello di 1984 ma l'affinità è data dalla rigida stratificazione sociale indicata anche dal colore obbligatori dei vestiti a seconda della "casta" di appartenenza, biologicamente indotta in Huxley, sociale e legata alla fertilità per le donne della Atwood, dipendente dall'appartenenza al Partito in Orwell.
Un altro tema comune è il controllo della parola, che se in 1984 si esprime con un continuo rimaneggiamento delle informazioni per adattarle al volere del governo, nel racconto della Atwood si esplicita con il divieto di usare determinate parole e persino di leggere e scrivere per le donne. Il tema della proibizione delle lettere in quanto strumento di acquisizione di un senso critico scomodo per la dittatura, è preponderante in Farenhait 451 con i suoi roghi di libri.
Si potrebbe tentare anche un confronto anche con il più recente V for Vendetta, graphic novel da cui è tratto il famoso film del 2005.
In definitiva, consiglio vivamente la lettura di questo libro, che da alcuni è stato definito "femminista", sia per l'inquietante verosimiglianza di ciò che racconta, sia perché porta a riflettere sul potere esercitato dagli uomini e dalle dittatura sul corpo e sulle menti delle donne.

L'amazzone di Alessandro Magno

L'Amazzone di Alessandro Magno di Bianca Pitzorno, Mondadori, 2015.
Numero pagine:290
Lingua originale: italiano
Prima edizione: 2004
Età indicata: dagli 11 anni

Giusto poco tempo fa ho scritto che solitamente non recensisco libri per bambini; beh, sto iniziando a fare delle eccezioni. Conosco la Pitzorno fin da bambina, quando mi ero innamorata di uno dei suoi libri, Diana, Cubido e il commendadore. Poi ho trovato questo, che mi è piaciuto subito, fin dal titolo: le amazzoni, le fiere donne guerriere della mitologia greca, ed Alessandro il Grande, uno dei più conosciuti fra i grandi personaggi storici dell'antichità greca, con la grandiosità delle sue imprese.
La protagonista di questo libro è una ragazzina, Mirtale, che si trova al seguito della grande spedizione in Asia del condottiero macedone.
Mirtale però non viene trattata come le donne greche, compagne degli Eteri, i guerrieri ed amici più stretti di Alessandro, poiché lei è una trovatella; cresciuta per un certo periodo dai lupi e poi donata ad Alessandro, scopre di essere la probabile discendente della Regina delle Amazzoni, le forti cavallerizze di cui tanto si narra ma che nessuno sa dove vivano.
Cresciuta, per il volere di Alessandro, con un istruzione ed un addestramento come guerriera, affronterà il suo percorso, alla ricerca delle sue antenate ma soprattutto della sua identità, che la condurrà fino all'India.
In questo libro Bianca Pitzorno mette tutto l'amore per l'antichità greca e la conoscienza dei suoi personaggi, collocando la storia di Mirtale all'interno dei fatti della vita di Alessandro tramandati dagli storici, e pone in evidenza anche la questione della misoginia della civiltà greca, tanto avanzata in altri ambiti quando (per noi) arretrata in questo.
E' chiaramente un libro scritto in maniera piuttosto semplice, ma comunque pone spunti di riflessione non scontati, ed introduce al pensiero e al mito greco in maniera avvincente.
Assolutamente consigliato.

venerdì 29 dicembre 2017

Storie della buona notte per bambine ribelli

Storie della buona notte per bambine ribelli di Elena Favilli e Francesca Cavallo, Mondadori, 2017.
Numero pagine: 212
Titolo originale: Good Night Sories for Rebel GirlsLingua originale: inglese
Prima edizione: 2016
Prima edizione italiana: 2017

Di solito non recensisco libri pensati per bambini, ma per questo voglio fare un'eccezione, poiché è apprezzabile anche dai grandi; le autrici infatti hanno raccolto le biografie di 100 donne di tutti i tipi, artiste, scrittrici, sportive, scienziate, pensatrici, attiviste, politiche, musiciste, sovrane. Sono chiaramente scritte con un linguaggio adatto ai bambini e non tracciano tutta la vita delle donne di cui parlano ma solo gli episodi salienti. Una pagina scritta per ogni donna con nome, nazionalità, biografia, data di nascita e morte ed un'illustrazione di un'artista donna.
Il libro si apre con dedica, indice, una breve prefazione delle autrici. Seguono le biografie illustrate ed una pagina per scrivere la propria storia e disegnare il proprio ritratto. Chiudono il volume un elenco di bambini partecipanti del crowfounding per la pubblicazione, i nomi delle illustratrici, i ringraziamenti e una nota sulle autrici ed il loro progetto.
E' un libro pensato per le bambine come si legge nella prefazione: "E' importante che le bambine capiscano gli ostacoli che le aspettano lungo il cammino. Ma è altrettanto importante che sappiano che questi ostacoli non sono insormontabili." (pag. XI), ma credo che sia importante anche farlo leggere ai bambini maschi, in modo che fin da piccoli abbiano presente dei modelli femminili forti.
In lingua inglese è uscito anche il secondo volume con altre 100 storie di donne e relative illustrazioni.
Mi sembra nel complesso uno splendido regalo per le bambine di oggi, ma anche per adulti, per poter trarre forza dalle storie di donne che probabilmente si sono trovate davanti ai nostri stessi problemi; inoltre la veste editoriale e le illustrazioni lo rendono un volume visivamente molto bello.
Potete trovare questo progetto su Facebook: Rebel Girls e sul sito Rebel Girls.

giovedì 28 dicembre 2017

Nicolas Eymerich, inquisitore

Nicolas Eymerich, inquisitore di Valerio Evangelisti, Mondolibri, 2004.
Numero pagine: 274
Lingua originale: italiano
Prima edizione: 1994

Questo è il primo volume della lunga saga di Eymerich, l'inquisitore più celebre della letteratura italiana moderna.
In questa prima parte della saga assistiamo all'inizio della sua carriera, da semplice domenicano viene infatti nominato inquisitore dopo la morte di peste di padre ; ma già negli ultimi giorni di vita del suo predecessore, avvenimenti strani e inquietanti si succedono, come la comparsa del cadavere di un bambino bifronte all'interno del palazzo che ospita i domenicani, che scopare poi nel nulla poco tempo dopo.
Alla storia dell'inquisitore ambientata nella Spagna del Trecento, si intrecciano altri due racconti, uno, quello dello scienziato Frullifer ambientata in un futuro vicino, e la seconda in uno più lontano in cui le invenzioni di Frullifer basate sulla capacità del pensiero e dell'immaginazione di modificare la materia, sono state realizzate; in questo tempo, un addetto ad una delle astronavi si accorge poco a poco che il viaggio che stanno intraprendendo verso un pianeta chiamato Olympus (nome omen) non è di quelli più comuni, e che sono anzi in cerca di una divinità.
Non passerà molto che le indagini di Eymerich lo porteranno sulle tracce di un culto di Diana, su immagine di quella celebrato nel santuario di Aricia in età romana, sopravvissuto alla cristianizzazione e trapiantato nella Spagna medievale; adepte ne sono le streghe, donne di tutti i ceti sociali ed appartenenti alle diverse culture fra cui quella dei mori e quella degli ebrei.
Le tre storie pur ambientate in tempi diversi si influenzano pur tuttavia le une con le altre.
Chiaramente, essendo l'inquisitore il protagonista, gli eventi si volgono a suo favore, mentre io, chi segue il blog lo sa, parteggio sempre per le streghe, tuttavia la dimensione psicologica di Eymerich è ben tracciata e credibile, inoltre non viene proposto come un puro eroe, non è un personaggio del tutto positivo, il che me lo ha reso comunque più accettabile.
Per il resto il romanzo è ben scritto ed avvincente, ed unisce il genere storico a quello gotico, e al fantascientifico, con colpi di scena ben assestati anche se in parte prevedibili.
Spero di riuscire a cimentarmi con il resto della saga, intanto però ho voluto segnalare questo primo volume all'interno della mia ricerca di libri sulle streghe.