lunedì 29 febbraio 2016

Mitologia dell'Ulivo: Vicino Oriente

Mezza luna fertile
"Si lavò e si unse con olio profumato.
Indossò la candida veste regale.
Apprestò la sua dote.
Si cinse il collo dei preziosi grani di lapislazzuli.
Prese in mano il suo sigillo.
Dumuzi attendeva ansiosamente.  
Inanna gli aprì la porta. 
All'interno della casa si parò splendente innanzi a lui 
come la luce della luna."
Il corteggiamento di Inanna e Dumuzi (1)

Con olio si unge la Dea sumera Inanna prima di accogliere il su sposo Dumuzi nel testo poetico del III millennio a. C. che parla del loro corteggiamento. Sembra dunque che in Mesopotamia come d'altra parte in tutto il mondo mediterraneo l'olio fosse appannaggio degli Dei, ma anche un irrinunciabile strumento di seduzione, una sostanza legata all'erotismo così come il vino. Viene citato anche nell'epopea sumero-babilonese di Gilgamesh (II millennio a. C:); quando Enkidu, l'uomo selvaggio, viene condotto alla civiltà dalle arti di una prostituta sacra, prima viene vestito, poi si nutre di pane e beve vino, ed in fine si unge con olio, ed è questo percorso che consacra la sua entrata nel consorzio umano: "Egli cominciò a spargere d'acqua il corpo peloso; egli lo unse con olio, e divenne simile ad un uomo. Indossò un vestito e fu simile ad uno sposo." (2) Alla sua morte, il suo compagno Giglamesh alza un lamento che recita: "pianga per te la tua balia,/ che usava cospargere di olio [ ];/ piangano per te gli anziani,/ che avvicinavano alle tue labbra il nettare;/ pianga per te la prostituta sacra,/ per la quale hai unto il tuo capo con olio buono"(3). E il testo prosegue: "Quando le prime luci dell'alba apparvero, Gilgamesh aprì la camera del suo tesoro, egli fece portare fuori un tavolo grande fatto di legno-elammaku, riempì una coppa di corniola con miele; riempì quindi con olio puro una coppa di lapislazzuli;[...] la decorò e al dio Sole la offrì." (3).
L'olio dunque era considerato qualcosa di intrinsecamente legato alla civiltà, all'essere umano, ma aveva anche valenza sacrale se l'eroe lo offre in libagione al dio Sole.
Nel mito del diluvio universale babilonese l'olio viene impiegato nella fabbricazione dell'arca; Utnapistim, il Noè mesopotamico racconta: "I portatori recarono olio in canestri, versai pece nella fornace e asfalto e olio; altro olio venne consumato per calafare, altro ancora lo mise tra le sue provviste il nocchiero...ai carpentieri diedi da bere vino come se fosse acqua di fiume, mosto e vino rosso, olio e vino bianco. Vi fu una festa allora come si fa per l'anno nuovo; io mi unsi il capo. Al settimo giorno la nave era pronta."(2).
Troviamo di nuovo l'unzione in un occasione legata al sacro, e nello stesso modo venivano unti i re dei regni mesopotamici che erano detti "Unti di An o di Enlil". Questa tradizione, come vedremo aveva enorme importanza anche per le tribù ebree, presso le quali si mantenne l'unzione sacrale del re.

Ebrei
"I suoi rami si estenderanno;
la sua bellezza sarà come quella dell'ulivo
e la sua fragranza come quella del Libano."
Osea, 14, 6 

 L'Ulivo viene nominato per la prima volta nell'Antico Testamento durante il racconto del Diluvio universale. E' noto come la colomba portò a Noè una foglia d'Ulivo (non un ramo, come dicono le più tarde traduzioni cristiane), e grazie a questa egli comprese che la terra si era asciugata e lui e la sua gente potevano finalmente uscire dall'arca.
Un primo riferimento all'uso sacrale dell'olio si ha però in Genesi 28: Giacobbe in viaggio viene sorpreso dalla notte, dorme all'aperto usando una pietra come cuscino; fa un sogno in cui Dio gli parla per la prima volta e "Levatosi Giacobbe la mattina di buon'ora, prese la pietra che gli era servita da capezzale e ne fece un cippo sacro a ricordo della visione, poi ci versò sopra dell'olio e a quel luogo pose nome Bet-El ["Casa di Dio"]."(4)
Quando Mosé sale sul monte Sinai dopo aver condotto con sé il popolo d'Israele via dall'Egitto, Dio dice al profeta: "Ordina ai figli di Israele, che ti portino dell'olio d'oliva puro, vergine, per il candelabro, per alimentare di continuo le lampade"(5) e "l'olio per il candelabro, aromi per l'olio usato nelle sacre unzioni e per l'incenso profumato"(5). Un'indicazione più precisa sulla natura di questo particolare olio cerimoniale viene data più avanti: "Il Signore parlò a Mosé dicendo: "Prendi dei migliori aromi, e cioè: 500 sicli di mirra schietta, 250 sicli di cinnamomo odoroso, 250 sicli di canna aromatica, 500 sicli di cassia e un hin, d'olio d'oliva, e fanne olio per la sacra unzione, un unguento composto con arte di profumiere; questo sarà l'olio per la sacra unzione."(6) Con quest'olio Mosé unge gli oggetti liturgici, i paramenti e i sacerdoti che divengono così consacrati a Dio, e tra l'altro viene specificato che quest'olio non poteva assolutamente essere usato come profumo comune, ma aveva uso esclusivamente sacro. L'olio e l'Ulivo erano così fondamentale nelle cerimonie di consacrazione, che in una delle visioni di Zaccaria due Ulivi che circondano la menorah rappresentano l'alto sacerdote e il re, gli unti per eccellenza; dunque da tutti questi esempi possiamo capire che presso queste popolazioni l'olio conteneva l'essenza della sacralità, era una sorta di marchio divino che accompagnava tutti gli uomini amati da Dio.
Nel Levitico, il libro che regola minutamente il comportamento e le azioni dei fedeli, viene stabilito che le offerte devono consistere in farina, olio e incenso, o a volte in focacce unte d'olio. Molto spesso nell'Antico Testamento olio, farina e vino sono citati insieme come segno di abbondanza, sono le unità fondamentali per la sopravvivenza, la loro copiosità significa vita agiata, e dunque rappresentano fortuna, letizia, benedizione, favore divino, tanto che è scritto "Benedetto sia Ascer tra i figli d'Israele!Sia il favorito dei suoi fratelli e tuffi il suo piede nell'olio!"(7). Un esempio si può trovare anche nel Salmo 104: "il vino che rallegra il cuore dell'uomo,/ l'olio che gli fa risplendere il volto/ e il pane che sostenta il cuore dei mortali."(8) e in Proverbi 27,9: "L'olio e il profumo rallegrano il cuore". (9)
Un'altra citazione dell'Ulivo si trova nel libro di Giuditta(10): l'eroina dopo aver sedotto Oloferne, generale Assiro che ha cinto d'assedio la città giudaica di Betulia, lo decapita, provocando la sconfitta dei nemici; dunque si cinge il capo con una corona d'Ulivo insieme alle altre donne d'Israele festanti. Qui l'Ulivo, come d'altronde nelle civiltà classiche, diviene simbolo di vittoria.
Messia '"unto", è il titolo che anticamente portavano gli uomini scelti da Dio e a lui consacrati come profeti, sacerdoti e re, primo fra tutti Davide, unto e consacrato da Samuele; tale termine in greco è stato tradotto come Khristos, che diviene il principale titolo di Gesù per i cristiani.

Egitto 
"Quando l'abbraccio
e sono aperte le sue braccia
sono come uno che fosse nel paese di Punt
come uno asperso d'olio odoroso."
Ostakon Cairo 11 (11)
Sarebbe stata la Dea Iside a donare l'Ulivo agli uomini e ad insegnare loro come estrarne l'olio che faceva parte dei corredi dei defunti illustri, i quali dovevano essere provvisti di tutto ciò che poteva essergli utile nella loro vita nell'Al di là: ad Abido in una tomba reale del 3000 a. C. sono state rinvenute giare contenenti olio e resine, e a Saqqarra in tombe dell'Antico Regno si trovavano rappresentazioni di massaggi con olio d'oliva. Rami d'Ulivo ornavano le tombe dei faraoni nel 2300 a. C. e sono scolpiti sui bassorilievi del tempio di Ramses II a Ermopoli, risalente al XIII secolo a.C.
L'olio e i profumi che se ne fabbricavano oltre ad avere utilità pratica imprescindibile ed essere considerati strumento di seduzione, venivano offerti alle divinità: il faraone Ramses III (1198-1166 a.C.) fece piantare intorno alla città d'Eliopoli un grande uliveto, "Ho piantato olivi nella tua città di Eliopoli con giardini e molta gente; da queste piante si estrae olio, un olio purissimo, per mantenere accese le lampade del santuario" (12).
Tuttavia, bisogna ricordare che in Egitto l'olio d'oliva era un bene di lusso, ed è anche per questo che veniva usato quasi esclusivamente per fini legati al sacro, come anche per l'imbalsamazione, processo di estrema rilevanza nella religione egizia.


Note
(1) Il corteggiamento di Inanna e Dumuzi in La Grande Dea - Il viaggio di Inanna regina dei mondi, S. Brinton Perera, Red Edizioni, 1987, pag. 30.
(2) La venuta di Enkidu in L'epopea di Gilgamesh, N. K. Sandars, Adelphi, 2007, pag. 96. e pag. 142
(3) Tavola 8 in La saga di Gilgamesh, G. Pettinato, Rusconi, 1992.
(4) Genesi, 28, 18.
(5) Esodo, 25, 6 e 27, 20.
(6) Esodo, 30, 22-25.
(7) Deuteronomio, 33, 24.
(8) Salmi, 104, 15.
(9) Proverbi, 27,9.
(10) Il libro di Giuditta è riconosciuto come uno dei libri ispirati della Bibbia cattolica ed ortodossa ma non di quella protestante, e soprattutto non di quella ebraica. A noi è pervenuta una stesura in greco del II sec. a. C. basata su un prototesto ebraico del II sec. dunque anche se la sua collocazione in questa parte della ricerca è vagamente impropria, ho deciso di lasciarla in virtù del fatto che la sua fonte è sicuramente d'origine ebraica.
(11) Citato in La donna nell'antico Egitto, E. Leospo e M. Tosi, Giunti Editore, 1997 pag. 15.
(12) Citazione del Papiro Harris conservato al British Museum.

Fonti
Excavation at Mendes, D. B. Redford, BRILL, 2004Florario, A. Cattabiani, Mondadori, 2009
I miti mesopotamici, H. McCall, Mondadori, 1995
I profumi di Afrodite e il segreto dell'olio, M. L. Belgiorno, Gangemi, 2007
L'epopea di Gilgamesh, N. K. Sandars, Adelphi, 2007
La donna nell'antico Egitto, E. Leospo e M. Tosi, Giunti Editore, 1997
La Grande Dea - Il viaggi di Inanna regina dei mondi, Sylvia Brinton Perera, Red Edizioni, 1987
La sacra Bibbia, Edizioni Paoline, 1966
La saga di Gilgamesh, G. Pettinato, Rusconi, 1992
Mitologia degli alberi, J. Bross, BUR, 2006
La Parola.net
Wikipedia.it - Libro di Giuditta 

Immagini
Immagine1: Rilievo Burney in terracotta dell'inizio del II millennio a. C. conservato al British Museum di Londra. Rappresenta una qualche divinità femminile, forse la sumera Inanna o la sua corrispettiva accadico-babilonese Ishtar. Foto dal British Museum.
Immagine 2: pagina della così detta Bibbia di Cervera (BNP, IL.72) copiata da Samuel Ben Abraham ibn Nathan e miniata da Joseph Asarfati fra il 1299 e il 1300 d. C., conservata alla Biblioteca National de Portugal di Lisbona. Raffigura la menorah, il candelabro a 7 braccia, circondato da due alberi d'Ulivo, secondo la quinta visione di Zaccaria, gli Ulivi rappresentano "i due unti che stanno davanti al Dominatore di tutta la terra" (Zaccaria, 4, 14). Qui è visionabile l'intero manoscritto (quest'illustrazione si trova a pag. 640).
Immagine 3: affresco del XII sec. a. C. rappresentante il faraone Ramses III che offre incenso, dalla tomba 11 della Valle dei Re a Luxor. Foto da Wikipedia.

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Vedi anche:
Ulivo
Storia dell'Ulivo
Illustrazioni botaniche d'Ulivo
Mitologia dell'Ulivo: Grecia I
Mitologia dell'Ulivo: Grecia II
L'Ulivo in Liguria

domenica 28 febbraio 2016

L'Ulivo in Liguria



Storia dell'Ulivo in Liguria
L'ulivo si diffuse in Liguria probabilmente dalla colonia fenicia di Massaglia, oggi Marsiglia nel sud-est della Francia, fondata nel 600 a. C. da coloni greci, ma già prima porto frequentato dai Fenici che potrebbero aver introdotto l'Ulivo su queste spiagge. Inoltre, già prima dell'espansione dei Romani, gli Etruschi conoscevano l'olivicoltura e potrebbero aver influenzato il suo sviluppo anche in questa regione. Con la conquista, per niente pacifica delle genti Liguri ad opera dei Romani, si assiste ad uno sviluppo consistente dell'olivicoltura, i cui prodotti venivano commerciati e redistribuiti in tutti gli angoli dell'Impero.
A Varignano nel parco naturale di Portovenere in località Le Grazie, sono stati trovati i resti di una villa romana (abitata fra il II sec. a. C. ed il V-VI d. C.) composta dall'abitazione del padrone e da vari altri ambienti per i lavori agricoli assegnati tradizionalmente al fattore, il quale doveva occuparsi  del funzionamento e dell'efficenza del fondo agricolo; le due unità sono separate da un cortile dove si trovava una macina. La struttura si colloca sul fondo di una piccola valle ancora oggi ricca d'Ulivi, ed aveva anche una banchina che dava accesso al mare. In questo luogo è venuto alla luce il più antico frantoio della Liguria (II-I sec. a. C:), qui le olive raccolte sul fundus la cui estensione è stata ipotizzata di almeno 30 h, venivano lavorate con la mola olearia (macina che separava la polpa dai noccioli) e spremute dai due torchi presenti in loco, il ricavato veniva lasciato a decantare in vasche impermeabili ed in seguito messo nei dolia (grandi contenitori di terra cotta) e conservato nella cella olearia (magazzino dell'olio).
Strabone, a cavallo fra il I sec. a. C. e il I sec. d. C. parla della Liguria come uno dei centri oleari d'Italia; questa situazione permase fino alla tarda antichità e alla caduta dell'Impero. Con il ritorno ad un agricoltura di sussistenza tipica dell'alto Medioevo, ci fu un calo drastico della domanda come dell'offerta d'olio, sicché molti uliveti vennero abbandonati, ma è proprio in questo periodo, e precisamente nel VII, che i Benedettini introdussero la Taggiasca nell'imperiese. Si assiste ad una ripresa nel XII-XIV sec.anche ad opera delle comunità monastiche che riorganizzarono le tenute agricole e contribuirono a mantenere e diffondere pratiche di coltivazione e conservazione; tuttavia in questo periodo la maggior parte dei terreni agricoli sono riservati alla coltivazione di cereali, vite e frutta (in particolare fichi). Seguì la Piccola Era Glaciale che interessò tutta l'Europa e portò ad una diminuzione generale delle temperature, ed essendo l'Ulivo particolarmente sensibile al freddo, si ebbe una contrazione dell'areale di diffusione, ma questo portò ad uno sviluppo dell'olivicoltura in Liguria, dove il clima era meno gelido che altrove, per soddisfare il vuoto di produzione creatosi.
Con il consolidarsi della Repubblica Marinara di Genova l'olio ligure conobbe una nuova stagione di celebrità, essendo ampiamente prodotto ed esportato anche in altri paesi europei. Tuttavia in Liguria, l'olivicoltura rimase secondaria alla coltivazione della vite e del castagno. Il XVII secolo è il periodo di massima espansione della coltivazione dell'Ulivo nella regione: in questo periodo l'olio ligure veniva esportato nella pianura padana ma anche nel Nord Europa e i documenti del tempo, citano alcune delle cultivar ancora oggi maggioritarie nel territorio. Il culmine si ha nell'800, per subire poi un certo progressivo abbandono nel secolo successivo, anche se si aprono nuove frontiere di commercio a causa degli emigranti italiani in America.
E' interessante sapere che fino alle soglie del '900 la luce della Lanterna di Genova, fu alimentata con olio d'oliva.
Oggi nonostante l'abbandono avvenuto nel dopo guerra, si possono notare segnali di rinnovato interesse per questa preziosa coltura della nostra terra.

L'abitudine di stendere delle reti sotto agli alberi per raccogliere i frutti è moderna, un tempo le olive cadute venivano raccolte a mano, spesso dalle donne, anche provenienti dal Piemonte o da zone della Liguria in cui non c'erano lavori agricoli invernali, come ad esempio a Sassello, le cui lavoranti erano dette Sasselline. L'olio di minore qualità veniva inviato a Savona o a Marsiglia perché se ne producesse sapone, ed anzi secondo un'etimologia popolare il nome della città di ponente sarebbe dovuta proprio all'invenzione del sapone.
In Liguria, tranne che nelle poche zone pianeggianti, gli Ulivi sono tradizionalmente coltivati sulle fasce a secco, dunque oltre a fornire un prodotto notevole, la salvaguardia degli uliveti limita l'erosione ed i dissesti idrici, mantiene vive zone a vocazione agricola altrimenti morte, preserva la coltivabilità dei pendii (infatti i muretti a secco richiedono manutenzione nel corso degli anni, se non curati alla lunga franano). E' dunque un tratto caratteristico della regione; mentre in altri luoghi negli oliveti si coltivavano anche vigne e orticole, in Liguria quest'usanza era limitata, dunque si riscontra una maggiore densità di alberi. L'olio della Riviera Ligure ha ricevuto la Denominazione di Origine Protetta dal 1997. Oggi la maggior parte degli uliveti si trovano nella provincia di Imperia, con prevalenza della cultivar Taggiasca, ma ce ne sono in tutta la regione ed occupano il 40% della superficie coltivabile.
Spesso si trovano alberi con un altezza notevole e piuttosto vecchi. In Italia la tutela degli Ulivi non aventi carattere di monumentalità è regolata dalla legge 14 febbraio 1951, n. 144, modificazione del decreto legislativo luogotenenziale 27 luglio 1945, n. 475, concernente il divieto di abbattimento di alberi di Ulivo. In Liguria è anche in vigore la legge regionale 15 dicembre 1993, n. 60.
Le principali cultivar d'Ulivo in Liguria
Per scrivere questa parte mi sono avvalsa oltre che dei libri, delle informazioni trasmessemi da alcuni signori al Frantoio C.A.T.I Soc. Coop. di Quiliano (SV) mentre aspettavamo che le nostre olive fossero frante, e da uno dei fratelli Gallo del Vivaio di Stella S. Giovanni (SV). Chiaramente, quando si parla di varietà, ognuno ha la sua opinione e la sua esperienza, io ho cercato di integrare tutte le fonti in maniera da avere un quadro generale il più chiaro possibile, ma credo che più o meno ogni proprietario di oliveti della Liguria abbia una sua versione, sicché prendete quanto segue per una bozza piuttosto generica.
 
Taggiasca: tipica dell'imperiese ma diffusa in tutta la regione. E' caratterizzata da chioma ampia con rami allungati e penduli, frutti cilindrici ovali con maturazione molto lenta. Sia da olio che da tavola. Portata a Taggia dai Benedettini, dal VII sec. in avanti, quando venne introdotta a Genova prese il nome locale di Lavagnina.

Merlina: tipica del territorio fra Imperia e Savona.

Colombaia: tipica di del territorio fra Savona e Genova. E' un albero di grandezza media con una produzione non sempre abbondante.

Arnasca: tipica del comune di Arnasco (Savona). Ha chioma contenuta con rami semi-penduli, frutti piccoli e sferici saldamente attaccati al ramo. Da olio.

Negrera: se ne trovano degli esemplari solo nel genovesato, in particolare a Missano. E' indicato per le zone collinari in quanto resiste ai venti freddi di tramontana, inoltre ha una buona resa che si mantiene costante negli anni. Il frutto è grosso e ovale, e matura precocemente e simultaneamente. Da olio.

Pignola o pinola: tipica di Savona e Genova. E' un ulivo di dimensioni medie. Il frutto è piuttosto piccolo (che il nome sia dovuto a questo particolare?). Da olio.

Feglina: tipica della provincia di Savona. Ha chioma ampia e rami penduli similmente alla Taggiasca. I frutti sono piuttosto minuti e con un nocciolo di grandi dimensioni, quindi a seconda degli anni, la resa può essere piuttosto bassa. Da olio.

Finalina: tipica della provincia di Savona ma a volte è un sinonimo della Colombaia.

Murtina: tipica della provincia di Savona. Ha frutti piccoli e allungati; il nome viene dal Mirto, alle cui bacche sono equiparate le olive di questa cultivar.

Razzola: tipica di La Spezia ma identica alla varietà Frantoio della confinante Toscana. Ha chioma ampia, allargata, con abbondanti rami penduli. I frutti di grandezza media sono gibbosi da un lato, maturano tardi ed in maniera scalare. Da olio.

Ottobrina: tipica di Genova ma poco diffusa. Frutto allungato di media grandezza con maturazione precoce. Da olio.

Frantoio: originaria della Toscana, e per questo chiamata a volte Toscana, se ne trovano comunque molti alberi nel territorio ligure.

In generale nella provincia d'Imperia prevale la Taggiasca; a Savona si trova la stessa cultivar ma anche la Pignola, la Colombaia, la Mortina e varietà locali poco diffuse; Genova vede il predominio della Lavagnina o Taggiasca con un certo numero di cultivar locali; La Spezia ospita soprattutto Razzola ed alcuni altri Ulivi provenienti dalla Toscana.

Termini dialettali
Oliva è auriva, oriva, oìva, òia, uliveto è auriveu, olio è eio, oioö’iuoeurio  Ci sono anche termini specifici come bossa "talea d'Ulivo", ciocca "ramoscello d'Ulivo", ciucu "radice dell'ulivo", amurun "piccolo contenitore di terracotta per l'olio", camieta "lampada ad olio", dogliu "giara per l'olio", lamua, stagnàa "vaso per l'olio", tregliu "cisterna sotterranea per l'olio", rama d’ùia o ramauriva "ramo d'Ulivo" quello che tradizionalmente viene portato a benedire la Domenica delle Palme. Il frantoio è gumbo, defiziu, fetaia, franzou; giassu è la pietra su cui gira la mola del frantoio, pistagna è un vaso intrecciato in cui è posta la pasta d'olive denoccciolata a sgocciolare,  framegu è la sansa o comunque materiale di scarto dalla frangitura.

Olio e olive nella cucina ligure
L'olio si trova praticamente in tutti i piatti liguri, dalla focaccia al pesto: i frisceu oltre ad essere fritti nell'olio d'oliva possono essere arricchiti con qualche cucchiaiata di pasta d'olive spremute (si chiede ai frantoi); la farinata, sia bianca che gialla, può anch'essa essere aromatizzata con qualche cucchiaio di pasta d'olive;  il coniglio alla ligure prevede come ingrediente irrinunciabile le olive taggiasche, così come la buridda di stoccafisso, ecc.
Un olio particolare e poco conosciuto che si produceva un tempo in Liguria è il biancardo, l'olio ottenuto da spremitura a freddo di olive raccolte fra marzo e aprile, cioè molto mature; quest'olio ha colore giallo pallido, aroma tenue e sapore molto delicato, ma è anche impoverito rispetto agli extravergini autunno-invernali. Oggi è un'olio quasi scomparso, anche perché non tutte le annate presentano le condizioni climatiche adatte per produrlo.
Qui di seguito ho raccolto alcuni dei piatti più facili a base d'olive della tradizione ligure.

Capponadda: si ammolla una galletta del marinaio(1) in acqua con un cucchiaio di aceto. Si strizza e sbriciola e si dispone in un piatto, ricoprendola di olive verdi, capperi, fettine di musciame(2) e pezzetti di acciuga. Si condisce il tutto con olio, aceto e sale. Ricetta tipica di Genova.

Condijon: si strofina una galletta del marinaio con aglio, poi si ammorbidisce in acqua e aceto, si strizza e sbriciola in una terrina. Si aggiungono pomodori, cetrioli, peperoni ed insalata tagliati a tocchetti. Si condisce il tutto con abbondante olio, sale e aceto, sopra si spargono foglie di Basilico fresche, Origano, cipolline tagliate fini, fettine di musciame, pezzi di acciuga o capperi. Ricetta particolarmente diffusa a Genova e Imperia ma impiegata in tutta la Liguria.

Olive in tremello: si prendono delle olive nere in salamoia, le si sciacqua facendole asciugare bene, poi si pratica un incisione laterale su ogni frutto; dunque si mettono a macerare in olio aromatizzato con timo e pepe per una notte, a temperatura ambiente. Si può aggiustare di sale a piacere. Ricetta tipica di Portovenere.

Sardenaira o piscialandrea: è una sorta di pizza ligure o focaccia farcita tipica di Sanremo. Impastare qualche cucchiaio di farina con 30 g di lievito di birra sciolto in un bicchiere di latte tiepido, aggiungere un pizzico di sale e formare una palla che si lascerà lievitare per due ore. Trascorso questo tempo si aggiungano 450 g di farina, qualche cucchiaiata d'olio e acqua quanto basta per avere un impasto elastico ma non appiccicoso. Si lascia di nuovo lievitare finché non avrà raddoppiato il suo volume. Nel frattempo soffriggere in olio una piccola cipolla tritata, qualche foglia di basilico e pomodori pelati tagliuzzati; lasciar asciugare un po' e aggiungere 100 g di acciughe tritate e lasciarle sciogliere, quindi spegnere il fuoco ed assaggiare per, eventualmente, regolare di sale. Prendere la pasta lievitata e stenderla in una teglia oliata con un altezza di 1 cm circa, e cospargerla con il sugo, olive nere, origano, capperi e se piace due o tre spicchi d'aglio. Infornare per 45 minuti.
Note
(1) Tipiche gallette genovesi, così chiamate perché venivano portate sulle barche durante le uscite di più giorni e si mantenevano fragranti a lungo.
(2) Filetto di delfino salato e essiccato al sole e al vento di mare, oggi non si usa più ma può essere sostituito da altri pesci, tipo il tonno.

Utilità
La strada dell'olio in Liguria.
Olio D.O.P Riviera Ligure.
L'oliveto sperimentale di Imperia.
Museo La civiltà dell'olio - Frantoio Sommariva di Albenga.
Museo dell'olio e della civiltà contadina della Cooperativa olivicola di Arnasco.
Museo dell'Olivo di Oneglia.
Museo Etnografico della Val Varatella di Toirano (una delle sale è dedicata all'olio).
Altri musei etnografici che comprendono esposizioni sull'olivo e l'olio si trovano in molte località della Liguria.

Fonti
De villa perfecta - Un torchio oleario romano, M. A. De Paolis, L. Gervasini, T. Lungo, A. Minasi, Luna Editore, 1998
L'olio - Golosando tra Liguria Piemonte e Lombardia, D. Bini, Sagep, 2003
L'olivo in provincia di Genova, G. Fontanazza, Camera di Commercio di Genova, 1988
La cucina rustica regionale - vol. 1 Italia settentrionale, L. Carnacina e L. Veronelli, Rizzoli, 1979
Le autentiche ricette della cucina ligure, M. Bonino, Erga, 1989
Tecniche edili tradizionali, L. Marino e C. Pietramellara, Alinea Editrice, 1990
Valli Nervia e Roja, S. Maccioni e G. Marchini, Sagep, 1998
Vocabolario ligure storico bibliografico, S. Aprosio, Marco Sabatelli Editore, 2003
Coltura & Cultura - L'olivo in Liguria
L'oliveto sperimentale di Imperia
La storia dell'olivo in Liguria
Olea Database
Parco Naturale Portovenere - Villa Romana

Le foto sono state scattate a Noli (SV) nel novembre 2012 e a Savona nel novembre 2015. L'illustrazione di Milo Manara è stata realizzata per il Bistrot dell'Ulivo 2014 a Badalucco (IM) di Olio Roi.

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Vedi anche:
Ulivo
Storia dell'Ulivo
Illustrazioni botaniche d'Ulivo
Mitologia dell'Ulivo: Grecia I
Mitologia dell'Ulivo: Grecia II
Mitologia dell'Ulivo: Vicino Oriente  

Mitologia dell'Ulivo: Grecia II

Fin qui ho parlato dei miti riguardanti l'Ulivo domestico, ma in questa mia ricerca mi sono imbattuta anche in molte leggende che parlano dell'Oleastro o Ulivo selvatico, e non ho potuto non appassionarmici, così ho deciso di non tralasciarle, benché lo "spirito" di questa seconda varietà differisca dalla prima. In una terza parte dedicata all'argomento cercherò di chiarire differenze e comunanze. Avanti allora!

L'Oleastro olimpico
Anche i vincitori dei Giochi Olimpici, così come quelli dei Giochi Panatenaici, indossavano corone, ma questa volta erano intrecciate con Oleastro o Ulivo selvatico (kotinos in greco). L'importanza dei Giochi Olimpici era enorme nella Grecia antica: era un evento panellenico, ovvero riuniva tutti coloro che erano riconosciuti come parte del mondo ellenico, percepiti come "civilizzati", e dunque rinsaldava i vincoli fra poleis anche molto lontane fra loro ma con cultura simile; durante lo svolgersi della festa venivano sospese le guerre, e, dato non meno rilevante, il succedersi delle Olimpiadi era uno dei riferimenti principali per il computo degli anni. Avevano anche un profondo significato religioso, svolgendosi presso il santuario di Zeus ad Olimpia, e per il vincitore venivano scritti e cantati gli epinici, particolari composizioni poetiche con riferimenti mitologici che eternavano l'atleta e in qualche maniera lo avvicinavano agli eroi.
Le leggende sulla fondazione di questa importante tradizione sono molteplici, ma qui ci interessa quella secondo cui i Giochi Olimpici sarebbero stati fondati da Eracle; tuttavia, pur avendo ristretto il campo, ci troviamo comunque davanti ad un groviglio di leggende e tradizioni. Esistevano infatti, due personaggi con questo nome: uno era il noto eroe figlio di Alcmena e Zeus, protagonista delle Dodici Fatiche, l'altro faceva parte dei Dattili Idei, personaggi d'origine cretese, esperti di metallurgia e magia, iniziatori dei riti misterici e più tardi assimilati ai Cureti nel corteggio della Grande Madre. La confusione fra i due viene rilevata fin dai tempi antichi, come fanno ad esempio Diodoro Siculo (V, 64, 3) e Strabone (VIII, 3, 30).
Iniziamo esaminando la versione dell'Eracle Ideo, probabilmente quella più antica nonché la più diffusa ad Olimpia: Pausania ci riferisce (V, 7, 6-7) che ai tempi in cui Crono era ancora re degli dei, la stirpe aurea, gli uomini di quel tempo, costruirono un tempio in suo onore ad Olimpia; in effetti, se si tenta di leggere questo dato come un segnale dell'estrema antichità del luogo sacro, si può trovare conferma nel fatto che la zona era abitata già dal Neolitico (IV millennio) e che la prima base del santuario sorse nel periodo miceneo. Alla nascita di Zeus da Crono e Rea, la madre l'affidò ai Dattili Idei (per proteggerlo dal padre che l'avrebbe divorato), cinque fratelli chiamati Eracle, Peoneo, Epimede, Iaso e Ida. Eracle, il più anziano, fece compete per gioco i fratelli in una gara di corsa e incoronò il vincitore con una corona di Oleastro (1). Pausania precisa che in quel luogo c'era grande abbondanza di Oleastro, tanto che ci si facevano i giacigli per dormire. Prosegue dicendo che Eracle Ideo stabilì che i giochi avrebbero avuto luogo ogni quinto anno, dal momento che lui e i fratelli erano cinque.
La tradizione sarebbe stata ufficializzata da Climeno, un discendente di questo Eracle giunto da Creta "una cinquantina d'anni dopo il diluvio che colpì i Greci al tempo di Deucalione"(2). Egli avrebbe indetto l'agone ad Olimpia ed innalzato un altare all'avo e agli altri Dattili, chiamando Eracle parastates, letteralmente "colui che sta presso" e dunque "compagno, difensore, aiutante".
All'interno del bosco sacro di Olimpia dedicato a Zeus, detto Altis, sorgevano un Oleastro detto "Ulivo della bella corona" ed un altare delle Ninfe parimenti dette "dalla bella corona". Da quest'albero, che Plinio dice ancora molto venerato ai suoi tempi (XVI, 89), un giovane con entrambi i genitori in vita, tagliava con un coltello d'oro i ramoscelli, che venivano intrecciati su una grande tavola nel tempio di Era. Tale struttura è la più antica del santuario, e probabilmente in origine era dedicata sia ad Era che a Zeus, al quale in seguito venne innalzato il grande tempio con la statua crisoelefantina considerata una delle sette meraviglie del mondo antico, che rappresentava il Dio coronato d'Ulivo e veniva costantemente irrorata d'olio per conservare l'avorio.
Tra l'altro Pausania (V, 16, 2 e sgg.) cita anche una tradizione agonale minore: ogni quattro anni, sedici donne si confrontavano nei Giochi Erei in onore di Era appunto, tessevano per la statua della Dea un peplo e si sfidavano in una gara di corsa nello stadio olimpico, con la chioma sciolta ed un chitone che lasciava scoperte le gambe e la spalla destra. Le vincitrici venivano incoronate con rami d'Ulivo, così come gli atleti delle Olimpiadi. Intervenivano anche due cori di fanciulle, uno dedicato a Fiscoa e l'altro ad Ippodamia che sarebbe stata la fondatrice di questi particolari giochi. La struttura generale può ricordare quella delle Grandi Panatenee, le feste ateniesi durante le quali si disputavano i Giochi Panatenaici già citati, celebrate in onore della protettrice della città ed una delle poche feste a cui potevano partecipare le donne d'Atene, che fra l'altro tessevano, anch'esse, un peplo per la statua di Atena (per questo vedi Mitologia dell'Ulivo: Grecia I).
Dall'Oleastro si può partire per ricostruire l'altra versione della fondazione dei Giochi, questa volta da parte dell'Eracle figlio di Zeus e Alcmena, il quale preparato il terreno per le gare, l'avrebbe trovato spoglio di alberi, e si sarebbe dunque recato presso gli Iperborei, un mitico popolo collocato nel remoto Nord, ai quali avrebbe chiesto ed ottenuto la pianta per ombreggiare il terreno (Pind. O. III, 12-33).
A volte però, questo sconosciuto paese viene interpretato come una proiezione della Creta minoica nelle regioni settentrionali; abbiamo già visto come la provenienza dell'Eracle Ideo e del discendente Climeno sia cretese; inoltre l'Ulivo, proveniente dal Vicino Oriente, potrebbe effettivamente essere arrivato in Grecia da Creta; ed in fine, bisogna ricordare che le gare atletiche tanto diffuse nell'antichità ellenica, potrebbero derivare o comunque essere imparentate con prove come quella del Salto del Toro presente anche nel noto affresco di Cnosso. Sicché per quanto possa essere azzardata l'ipotesi di una derivazione cretese in questa sede, potrebbe non essere del tutto priva di fondamento.
Il "secondo" Eracle avrebbe istituito i giochi in seguito agli eventi relativi alla quinta fatica, la pulizia delle stalle del re d'Elea (la regione in cui si trova Olimpia) Augia. Prima di procedere l'eroe chiamò a testimone il figlio di Augia Fineo, e chiese in cambio del suo operato la decima parte dell'abbondantissimo bestiame del re, il quale, credendo l'impresa impossibile aveva acconsentito. Eracle deviò il corso di due fiumi che confluirono nella stalla, portando così a termine l'impresa, ma il re non volle rispettare la promessa, nonostante le rimostranze del figlio, che venne cacciato insieme ad Eracle. Dopo alterne vicissitudini Eracle conquistò Elea, uccise Augia e i figli e mise sul trono Fineo, l'esiliato. E' a questo punto che l'eroe istituì i Giochi Olimpici e partecipò egli stesso, vincendo nel pancrazio (Apollod. II, 7, 2-3; Pind. O. X, 23 e sgg.; Paus. V, 8,4).

Altri Oleastri
Quello olimpico non è il solo Oleastro che interessa Eracle, infatti anche uno dei suoi principali attributi, la clava, proveniva dallo stesso albero: "Allora io[Eracle], preso il flessibile arco e la cava faretra/ piena di frecce, andai, stringendo nell'altra mano il bastone/ robusto di frondoso oleastro, ancora con la scorza/ e il midollo, che avevo trovato io stesso alle pendici/ del sacro Elicona, e svelsi con le fitte radici tutto intero."(3). A Trezene si diceva che un giorno l'Eroe appoggiò la mazza presso una statua di Hermes e "la clava, che era di ulivo selvatico, mise radici in terra...ed è l'ulivo selvatico piantato ancora lì"(4).
Teofrasto nella sua opera Storia delle piante, cita vari Oleastri, ad esempio quello vecchissimo dell'agorà di Megara (V, 2, 3). Un oracolo diceva che se quest'albero fosse stato spaccato la città sarebbe stata presa, cosa accaduta ai tempi della conquista di Demetrio; all'interno dell'albero furono trovati schinieri ed altri oggetti di fattura attica, che forse i origine erano appesi ai rami dell'albero come offerta votiva.
A Trezene invece, in prossimità del tempio di Artemide Saronia, sorgeva un Oleastro detto rhachos "contorto" poiché ai suoi rami si sarebbero impigliate le briglie del carro di Ippolito, che così si sarebbe ribaltato portando il giovane alla morte (II, 32, 10).
In fine, Pausania racconta che presso Epidauro sorgeva un bosco di Ulivi selvatici con un heroon, un tempio per il culto eroico, dedicato ad Irneto, una fanciulla; era vietato raccogliere ed utilizzare i rami caduti per qualsivoglia scopo, ed infatti venivano lasciati nella foresta, poiché erano sacri ad Irneto (II, 28, 7).


Note
(1) Secondo Flegonte di Tralle, un liberto di Adriano che scrisse una storia delle Olimpiadi, la corona di Olivastro fu introdotta su indicazione della Pizia solo dalla settima Olimpiade in avanti.
(2) Periegesi, V, 8, 1.
(3) Idilli, XXV, 205-10.
(4) Periegesi, II, 31, 10.

Fonti 
A Dictionary of  Greek and Roman Geography, W. Smith, Little, Brown & Co, 1854
Biblioteca, Apollodoro, Mondadori, 2010
Dizionario di mitologia classica, G. L. Messina, Signorelli, 1959
Florario, A. Cattabiani, Mondadori, 2009
Gli dei e gli eroi della Grecia, K. Kerényi, Il Saggiatore, 2002
Guida della Grecia - vol. 5 L'Elide e Olimpia, Pausaina, Mondadori, 1997
Idilli e epigrammi, Teocrito, BUR, 2004
Le religioni dei greci, S. Price, Il Mulino, 2002
Olimpiche, Pindaro, Garzanti, 2004
Vocabolario della lingua greca, F. Montanari, Loescher, 2004 
Mythindex.com
Olympia - History
Perseus Digital Library 
The Ancient Olympics
Theoi.com - Dactyl Heracles
Lessico, Esichio  
Naturalis Historia, Plinio
 
Immagini
Immagine I: Corona d'Ulivo in oro (IV sec. a. c.). Da Ancient & Medieval History.
Immagine 2: Kylix a figure rosse (480-470 a. C.) del pittore Duride, conservato al Staatliche Antikensammlungen di Monaco. Eracle seduto con la clava presso un'Ulivo e la Dea Atena in piedi.
Immagine 3: Hydria a figure rosse (420-400 a. C.) del Pittore di Meidias, conservato al British Museum di Londra. In basso Eracle seduto vicino ad un Ulivo, con la clava (si intravede dietro alle gambe piegate). Da British Museum.

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Vedi anche:
Ulivo
Storia dell'Ulivo
Illustrazioni botaniche d'Ulivo
Mitologia dell'Ulivo: Grecia I 
Mitologia dell'Ulivo: Vicino Oriente 
L'Ulivo in Liguria

Mitologia dell'Ulivo: Grecia I

"...albero
non piantato da mano d'uomo, che da sé ricresce,
terrore delle lance nemiche,
che in questa terra soprattutto germoglia:
il glauco ulivo, che nutre i nostri figli."
Edipo a Colono, 697-701.

I riferimenti all'Ulivo nella mitologia greca sono tantissimi, e ci vorrà davvero moltissimo lavoro per raccoglierne anche solo la maggior parte, non dico tutti; qui ho cercato di riunire i principali.
Come idea generale si può dire che l'Ulivo in Grecia, come d'altronde era stato fin dalle sue origini mesopotamiche, si presenta come l'albero della civiltà per eccellenza, intanto perché per ottenerne i prodotti dev'essere innestato, curato e i frutti lavorati, e poi perché, come vedremo, ad esso si legano alcune delle più antiche istituzioni sociali e culturali sia di Atene, sia panelleniche.
Il primo ad estrarre l'olio dalle olive fu Aristeo, grande eroe civilizzatore "rurale" che avrebbe  anche insegnato agli uomini a fare il formaggio, raccogliere il miele e tessere la lana; Diodoro Siculo (IV, 81, 1) aggiunge che tutto ciò gl'era stato insegnato dalla Ninfe che l'avevano cresciuto, e questo motivo delle donne selvatiche che, benevolmente, donano preziose conoscenze agli uomini ,è molto diffuso nella mitologia e nel folklore, anche quello, più vicino a noi, dell'arco alpino.
Un importantissimo simbolo religioso era il ramo d'Ulivo ornato di bianche bende di lana chiamato hiketeria: era questo il ramo che il supplice poneva sull'altare, chiedendo la protezione degli Dei, da quel momento  era considerato intoccabile, agire contro di lui significava attirarsi l'ira divina, ed anzi anche il non aiutarlo avrebbe potuto avere conseguenze negative.

L'Ulivo nel Ciclo Troiano
Nell'Iliade immancabilmente gli eroi si lavano e poi ungono il corpo con "splendente, abbondante, grasso" olio, così ci si comporta anche con i cavalli di Achille, il cadavere di Patroclo e quello di Ettore, quest'ultimo cosparso con olio rosato da Afrodite, affinché non lo divorassero i cani; così fa anche Era, spalmandosi con olio ambrosio, profumato, di cui brillano gli Dei, per attirare l'attenzione di Zeus. La stessa formula si ritrova nell'Odissea (VIII, 362-3) e negl'Inni omerici (V, 61-3) riguardo ad Afrodite. Sembra dunque che gli Dei ed eroi, modelli del comportamento dei mortali, non potessero fare a meno di questa preziosa sostanza, ed anzi fosse un loro specifico attributo.
Nell'Odissea, si ritrova la consuetudine di ungersi dopo il bagno, ciò accade presso Nausicaa, Circe, ed al ritorno di Odisseo a Itaca. Ma anche l'albero da cui l'olio si ricava, viene nominato più volte: sotto questi alberi si rifugia, sfinito, dopo il naufragio che lo porta a Scheria ed è l'Ulivo l'albero che l'accoglie in patria (vedi più avanti). Nell'economia della narrazione il suo ricorrere, potrebbe indicare che l'eroe è approdato in luoghi civili o semi-civilizzati, (secondo la mentalità greca), anche se si tratta del regno incantato di Circe. Inoltre d'Ulivo sono il palo col quale Odisseo e compagni accecano Polifemo, e il manico della scure con la quale l'eroe si fabbrica l'imbarcazione sull'isola di Calipso; di nuovo civiltà che placa, sovrasta, qualcosa di barbaro e ferino o che è mezzo per tornare alla civiltà.
Quando l'eroe, finalmente, approda ad Itaca, non è certo che quella si la sua terra, ma Atena svela la campagna ai suoi occhi, ed in particolare un Ulivo presso l'antro delle Ninfe dove l'eroe racchiuderà i suoi tesori. Compiuta l'opera, Dea ed eroe si siedono ai piedi dell'albero meditando nuovi intrighi. Questa scena di insolita - almeno per la civiltà greca - vicinanza fra Dio e Uomo, non ci dovrebbe stupire; vedere Atena sotto ad un Ulivo non è per nulla strano, ed anzi si tratta di una sorta di "doppia" epifania, l'uno rimanda vicendevolmente all'altra: dove c'è l'Ulivo c'è anche Atena. In fine, l'Ulivo è il mezzo di riconoscimento fra Penelope e Odisseo, il quale ricorda il segreto del loro letto, che lui stesso ha costruito: non può essere spostato, poiché poggia su un ceppo d'Ulivo. La conoscenza di questo particolare scioglie finalmente tutti i dubbi e gli inganni, e i due sposi si ritrovano finalmente l'uno nelle braccia dell'altra, dopo innumerevoli anni. L'Ulivo nell'Odissea, dunque, compare ogni volta che si verifica una svolta in senso positivo, una risoluzione ed uno scioglimento di un'impasse.
Nel Ciclo Troiano, troviamo anche tre splendide figure, le Oinotrope "che trasformano in vino", tre sorelle chiamate Spermo "seme", Oino "vino" e Elais "ulivo", che erano in grado di fornire grano, vino ed olio a non finire; quando Agamennone, capo della flotta greca in partenza per la guerra di Troia, cerca di portarle forzatamente con sé per approfittare del loro potere, le tre giovani invocano Dioniso che le trasforma in colombe, salvandole. Come per altre popolazioni antiche, la triade grano-vite-ulivo, rappresenta qui l'unità fondamentale della sopravvivenza civilizzata, infatti farina, vino ed olio non si trovano in natura, ma sono ottenuti tramite una particolare e sapiente lavorazione. Se supponiamo che le tre sorelle rappresentino una triplice personificazione dell'abbondanza della terra coltivata, vediamo come essa non può mai essere totalmente sottomessa o eccessivamente sfruttata dall'uomo per fini distruttivi come la guerra, infatti esse s'involano, ritornando alla natura selvaggia e teriomorfa.

L'Ulivo ad Atene
 Ma quale fu l'origine di questa pianta? Secondo il mito più diffuso, l'Ulivo sarebbe stato introdotto in Grecia, e in particolare in Attica, durante il regno del primo re di Atene, Cecrope, un essere metà uomo e metà serpente sorto dalla terra: a quei tempi gli Dei si spartivano l'influenza sulle varie città ed il primo ad arrivare in Attica fu Poseidone, il Dio del mare, che piantando il suo tridente sull'acropoli di un Atene ancora senza nome, fece sgorgare una fonte d'acqua salata. Ma Atena, contendendogli il possesso del luogo, fece spuntare il primo Ulivo conficcando la propria lancia nella Terra; Cecrope (o secondo altre versioni un'assemblea di Dei) fu chiamato a dirimere la questione, ed egli scelse Atena, a causa della grande utilità del dono ch'essa aveva fatto alla città, la quale prese il nome della Dea.
S. Agostino (De civitate Dei, XVIII, 9) cita un'opera perduta di Varrone riguardo questa contesa: al momento di decidere fra i due Dei, Cecrope avrebbe convocato un'assemblea di tutte le donne e tutti gli uomini della città, le prime avrebbero votato per Minerva (Atena), i secondi per Nettuno (Poseidone). Vinsero le donne per un solo voto, e ciò suscitò la furia del Dio del mare che avrebbe allagato l'Attica; per placarlo le donne di Atene rinunciarono al diritto di voto, alla possibilità di dare il proprio nome alla loro discendenza, e all'occasione di chiamarsi "Minervie" in onore della Dea che avevano aiutato.
Questo contraccolpo riservato alla donne Ateniesi, che Agostino ci racconta compiaciuto, potrebbe essere l'eco di un antico passaggio dalla prevalenza di valori matriarcali ed egualitari, ad altri più decisamente patriarcali e gerarchici, come potrebbe anche essere letta la sfida fra le due divinità. Tuttavia, nonostante la misoginia delle istituzioni ateniesi, gli abitanti di queste terre furono inseparabili per tutta la loro storia dall'antichissima Dea celebrata sull'Acropoli. Certo il mare di Poseidone e la prevalenza maschile sono elementi imprescindibili del paesaggio e del pensiero greco, ma in Attica, il civile Ulivo di Atena e la sua forza femminile non furono mai sommersi.
In questo ed in altri episodi Cecrope si configura come l'eroe civilizzatore che istituisce le leggi e e le consuetudini considerate sacre e immutabili dagli ateniesi; testimonianze della sua antichità sono la sua forma semi-umana e la sua nascita dalla Terra. Notiamo anche come l'Ulivo sia percepito quale dono divino per l'uomo.
Intorno all'albero e alla sorgente fu costruito il tempio che in età storica venne chiamato Eretteo (in onore di Eretteo, un altro re d'Atene) e che ospitava anche la tomba di Cecrope e della figlia Pandroso. La particolare natura di questo primo albero sacro, è testimoniata da alcuni versi dello Ione di Euripide: "Su di te avevo posato una corona del primo olivo piantato da Atena sulla roccia: una corona che mai ingiallirà, perché è germoglio di una pianta che non appassisce mai."(1) e dalle Storie di Erodoto: durante le guerre persiane l'acropoli e l'Eretteo vennero bruciati, e così anche l'Ulivo sacro di Atena, ma "il giorno successivo all´incendio gli Ateniesi incaricati dal re di eseguire il sacrificio, appena ascesi al santuario, videro che dal ceppo era spuntato un ramoscello lungo già un cubito. Almeno così raccontarono."(2)
Sull'acropoli di Atene, oltre all'Eretteo si trovava anche il tempio di Atena Poliade "della città" e a riguardo Pausania scrive: "l'oggetto di culto da tutti ritenuto più sacro, sia in città che in campagna [...] è una statua di Atena"(3) al cui cospetto ardeva sempre una lampada ad olio in oro; questa lucerna perpetua veniva riempita d'olio solo una volta all'anno ed il combustibile bastava per tutto il periodo.
L'abitudine di mantenere luci sempre accese fa parte delle più diverse religioni, e il fatto che queste lampade perpetue possano essere alimentate con i frutti dell'Ulivo, fa di quest'albero una sorta di "portatore di luce" vegetale. Inoltre il fatto che la lampada d'Atena, essenza dell'Ulivo, sia alimentata con il prodotto di questa pianta, mi sembra rilevante a livello di pensiero analogico qual'è quello magico-religioso. L'acropoli ateniese dunque aveva molto a che fare con la sacralità dell'Ulivo ed Atena aveva molto in comune con lo spirito di questa pianta, tanto che l'albero era il suo "emblema vegetale". L'estrema sacralità dell'Ulivo di Atene e dei suoi discendenti, era riconosciuta anche dalle altre poleis greche, tanto che Erodoto racconta che essendo Epidauro gravata da una carestia, gli abitanti del luogo consultarono l'oracolo di Delfi, per stornare la disgrazia avrebbero dovuto erigere due statue in legno d'Ulivo: "gli Epidauri allora chiesero agli Ateniesi il permesso di tagliare degli olivi, ritenendo quelli ateniesi i più sacri. Si dice anche che a quell´epoca non ci fossero olivi in nessun´altra parte del mondo se non ad Atene."(4). E tra l'altro, durante la lunga guerra fra Atene e Sparta i Lacedemoni devastarono l'Attica ma lasciarono incolumi gli alberi della Dea.
Il secondo Ulivo al mondo sarebbe spuntato presso l'Accademia; tutti gli alberi dell'Attica che discendevano da quello dell'acropoli erano detti memoremenai "tramandati" e moriai (da moro "fato") ed erano protetti da Zeus Morios: "E nessun uomo, giovane o vecchio,/ lo distruggerà sradicandolo con la forza:/ poiché sempre sotto il suo sguardo/ lo tiene l'occhio di Zeus Morios/ e Atena dagli occhi azzurri." (5)
Una leggenda tarda a riguardo, tramandata dal commento di Servio alle Georgiche virgiliane, racconta che Allirozio, figlio di Poseidone, indignato poiché il padre s'era visto negare la supremazia sull'Attica, avrebbe tentato di abbattere gli Ulivi sacri ad Atena, ma nel compiere questa operazione sarebbe stato ferito dalla sua stessa scure e sarebbe morto. Gli alberi da allora avrebbero preso il nome di moriai dal moros "il fato" di Allirozio.
Sradicare uno di questi Ulivi era considerato reato dalla legge, e nella Costituzione degli Ateniesi (LX), possiamo leggere che l'Areopago, il tribunale specialmente preposto a sacrilegi e delitti di sangue (nonché una delle più antiche e prestigiose istituzioni della città) in caso di colpevolezza, decretava la morte dell'imputato. Tuttavia al tempo in cui venne redatto il testo, questa consuetudine non veniva più applicata, ma ci è pervenuta un'orazione di Lisia intitolata Sull'ulivo sacro inerente a un processo contro un uomo accusato di aver abbattuto una delle piante della Dea.
Proprio dagli uliveti sacri di Atena, un magistrato preposto al compito, vigilava affinché fosse prodotto l'olio che, contenuto in particolari anfore, costituiva il premio per i Giochi Panatenaici. Questi vasi la cui decorazione divenne ben presto canonica, rappresentavano da una parte Atena in armi, e dell'altro la specialità sportiva in cui il vincitore aveva primeggiato. Anche le corone di ramoscelli intrecciati provenivano dalle piante della Dea poiché, grazie alla vincita di Atena su Poseidone, l'Ulivo era diventato un simbolo di vittoria. I giochi, che si svolgevano ad Atene all'interno delle Grandi Panatenee, avevano grande prestigio ed importanza, nonché un'enorme valore religioso, sociale e culturale (così anche i Giochi Olimpici, come si vedrà più avanti). Durante la processione panatenaica che portava all'acropoli, immortalata nei fregi del Partenone, alcuni vecchi uomini, scelti fra quelli di più bell'aspetto e detti thallophoroi "portatori di ramoscello", recavano rami d'Ulivo alla Dea. Le Panatenee risultano quasi essere una sinfonia di rimandi sacrali ad Atena ed al suo Ulivo, ma non sono le sole feste ateniesi in cui compaia compaia questa pianta.
Le Pyanepsie, infatti, celebrate all'inizio dell'autunno in onore di Apollo o di Helios e delle Hore, prevedevano che un giovane con entrambi i genitori vivi portasse un ramo d'ulivo adornato con bende di lana, frutti e prodotti animali, chiamato eiresione, che veniva affisso sulla porta del tempio di Apollo e sull'ingresso delle case comuni, dove sarebbe rimasto fino all'anno seguente, quando sarebbe stato sostituito da quello nuovo. Pausania fa risalire la tradizione a Teseo che partendo per Creta aveva dedicato il ramo nel tempio di Apollo a Delo, ed un'altro l'avrebbe riportato in patria al suo ritorno dopo aver ucciso il Minotauro: "in questo giorno si porta l'eiresione, un ramo di olivo avvolto da lana, come un tempo Teseo aveva portato il ramo dei supplici, ricolmo di primizie di ogni specie, per indicare la fine della sterilità, e si canta: "Eiresione porta fichi, pane saporoso, coppe di miele, olio per ungersi e calici di vino puro, da andare a dormire ubriachi.'"(6) Lo stesso ramo adornato con primizie, olio, latte e miele compare anche nelle Targhelie di aprile-maggio, e si potrebbe pensare che in esso si possa rintracciare un'antichissima usanza contadina volta a propiziare l'inizio del raccolto e a ringraziare al suo concludersi.

Altri episodi mitici o particolari riguardo all'Ulivo
Questa è più che altro una bozza, una raccolta di appunti e citazioni che però, già che c'ero, non ho voluto escludere.
Inno omerico II, A Demetra, 87: durante il suo lungo vagabondare in cerca di Persefone, la figlia rapita da Ade, la Dea si ferma a riposare sotto la fresca ombra di un Ulivo.
Vite parallele, 41: Egesistrato di Efeso, avendo ucciso un uomo chiese all'oracolo di Delfi dove avrebbe potuto stabilirsi, la Pizia risposte che avrebbe potuto fermarsi solo dove avesse visto danze rustiche con corone d'ulivo, dunque attraversò l'Asia finché non vide dei contadini intenti a danzare con ghirlande di ramoscelli, e lì si fermò e fondò la città di  Elaeus "dell'Ulivo".
Storie, VIII, 26: Durante la battaglia delle Termopili che vide la lotta di Arcadi e Spartani per frenare le armate persiane, il re Serse chiese ad un informatore perché così tanti uomini fossero disposti a combattere, e gli viene risposto che era perché partecipavano alle Olimpiadi; "E cosa vincono?" chiede il sovrano. "Una corona d'Ulivo" fu la risposta. Ed allora Tigrane, generale dell'esercito persiano, si rese conto di come i greci combattessero non per dei beni ma per la virtù.
Storia delle piante, I, X, 1: le foglie di alcuni alberi fra cui l'Ulivo sembrano invertire la pagina superiore dopo il solstizio estivo, e grazie a ciò gli uomini sanno se è già trascorso o meno. In VI, XIII, 4-6 Teofrasto dice anche che l'Ulivo è l'albero più longevo e resistente.
Periegesi, VIII, 37, 10: in un bosco sacro a Persefone si trovano un Ulivo e una Quercia sempre verde che spuntavano da un solo ceppo.
Biblioteca, II, 1, 3: Io, la sacerdotessa di Era violata da Zeus e trasformata in giovenca, viene legata ad un Ulivo e costantemente controllata da Argo da molti occhi.
Biblioteca storica, IV, 36, 5: il centauro Nesso prima di morire, dice a Deianira, sposa di Eracle, di intingere una veste nel suo sangue misto ad olio d'oliva, e di farla indossare all'eroe per fare in modo che non l'abbandoni; ma sarà proprio questa mistura a provocare un dolore atroce all'eroe e a condurlo alla morte
Metamorfosi, VII, 251: Medea, intenta a preparare una magica mistura in un calderone, mescola il liquido con un ramo di Ulivo secco, che però, una volta estratto si ricopre di giovani foglie verdi.

Inni, IV A Delo: questa tradizione minore riprotata da Callimaco ma confermata anche da Igino e Nonno di Panopoli, riferisce che Leto avrebbe partorito Artemide ed Apollo presso un albero d'Ulivo nell'isola di Delo, e che la pianta sarebbe diventata d'oro in onore della nascita divina.

Note
(1) Ione, 1433-6.
(2) Storie, VIII, 55.
(3) Periegesi, I, 26, 6.
(4) Storie, V, 28.
(5) Edipo a Colono, 702-6.
(6) Vita di Teseo, 22, 4-5.

Fonti
A Dictionary of  Greek and Roman Geography, W. Smith, Little, Brown & Co, 1854
A Homeric Dictionary for Schools and Colleges, G. Autenrieth, Harper and Brother, 1891
Biblioteca, Apollodoro, Mondadori, 2010
Dizionario di mitologia classica, G. L. Messina, Signorelli, 1959
Edipo Re, Edipo a Colono, Antigone, Sofocle, Mondadori, 1999
Florario, A. Cattabiani, Mondadori, 2009
Gli dei e gli eroi della Grecia, K. Kerényi, Il Saggiatore, 2002
Guida della Grecia - vol.1 L'Attica, Pausaina, Mondadori, 1997
I profumi di Afrodite e il segreto dell'olio, M. L. Belgiorno, Gangemi, 2007
Iliade, Omero, Einaudi, 2014
Inni omerici, F. Cassola, Mondadori, 1975
Ione, Euripide, BUR, 2009
La costituzione degli Ateniesi, Aristotele, Mondadori, 1991
La vita quotidiana a Creta ai tempi di Minosse, P. Faure, Rizzoli, 1984
Le religioni dei greci, S. Price, Il Mulino, 2002
Metamorfosi, Ovidio, Mondadori, 2007
Mitologia degli alberi, J. Bross, BUR, 2006
Odissea, Omero, BUR, 2000
Servii grammatici qui feruntur in Vergilii carmina commentarii - vol. 3, Georius Thilo, Hermannus Hagen, 1887
Themis: A Study of the Social Origins of Greek Religion, J. E. Harrison, Cambridge University Press, 2010
Vocabolario della lingua greca, F. Montanari, Loescher, 2004
Mythindex.com
Perseus Digital Library 
Theoi.com 
De civitate dei, S. Agostino Favole, Igino
Lessico, Esichio
Storie, Erodoto

Immagini
Immagine I: Hydria a figure rosse (510-500 a. C.) conservata all'Harvard University Art Museum di Cambridge. A sinistra Priamo re di Troia, implora Achille sdraiato di restituirgli il corpo del figlio Ettore (a terra), che la Dea Afrodite ungeva con olio di rose per conservarlo. Da Harvard Art Museum.
Immagine 2: Anfora a figure nere (530-510 a. C.) conservata al British Museum di Londra. Odisseo e i suoi compagni accecano il ciclope Polifemo addormentato con un tronco d'Ulivo. Da Theoi.
Immagine 3: Ricostruzione del frontone occidentale del Partenone (440-432 a. C.) dalla scuola di Fidia e conservato al British Museum di Londra. Atena e Poseidone si contendono la supremazia sull'Attica, dietro di loro l'Ulivo e ai piedi di Poseidone la sorgente. Da Wikipedia.
Immagine 4: Cratere a figure rosse (425-375 a. C.) del Pittore di Cecrope conservato al Museum Schloss Fasanerie di Fulda. A sinistra Cecrope, a destra Atena e fra loro l'Ulivo.
Immagine 5: Skypos a figure rosse (450-425 a. C.) conservato al Tampa Museum of Art. La civetta simbolo di Atena circondata da rami di Ulivo. Da Theoi.

Vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso dell'autrice e senza citare la fonte.

Vedi anche:
Ulivo
Storia dell'Ulivo
Illustrazioni botaniche d'Ulivo
Mitologia dell'Ulivo: Grecia II
Mitologia dell'Ulivo: Vicino Oriente
L'Ulivo in Liguria  

sabato 27 febbraio 2016

Gin-ecologia

Gin-ecologia di Rina Nissim, Euroclub, 1988.
Numero pagine: 203
Titolo originale: Mamamélis - Manuel de gynécologie naturopathique a l'usage des femmes
Lingua originale: francese
Prima edizione: 1984
Prima edizione italiana: 1988

Manco a dirlo, anche questo viene dal solito mercatino di libri usati. Ho appena fatto in tempo ad agguantarlo prima che chiudessero, ed anche questa volta mi è capitato per le mani al momento propizio. Tra l'altro, anche se quest'edizione del 1988 non è comunissima, ci sono state molte ristampe, fino alla più recente del 2006 per la Red, e molte si trovano nelle biblioteche, quindi se interessati non dovreste aver problemi a recuperarlo. O al massimo, se sapete il francese, potete leggerlo in lingua originale, insieme agli altri interessanti libri dell'autrice.
Rina Nissim infatti è una ginecologa naturopata e femminista, ha lavorato e lottato per i diritti delle donne dagli anni '70, e si è formata in vari paesi. E' anche fra le fondatrici del Dispensaire des femmes "Dispensario delle donne" di Ginevra, una sorta di consultorio autogestito da varie figure professionali (ostetriche, infermiere, psicologhe, dottoresse) volto a tutelare la salute delle donne, con attenzione anche ai metodi di cura naturali. Ma soprattutto porta avanti il messaggio delle donne che curano le donne, soprattutto per quei disturbi che sono tipicamente femminili.
Questo libro in particolare, si propone come uno strumento di self-help, nato all'interno del movimento femminista degli anni '70 nelli Stati Uniti, ma diffusosi in molti altri paesi; la definizione data dal Lessico politico delle donne è questa: "A livello individuale, self-help vuol dire riconquistare il controllo sul proprio corpo e sulla propria salute, invece di delegarlo passivamente al medico per poi subirne il potere; a livello collettivo vuol dire creare un movimento e un corpo di conoscenze ai quali tutte le donne possano far riferimento. [...] Noi ci prefiggiamo la demedicalizzazione delle nostre funzioni fisiologiche caratteristiche: il ciclo mestruale, la gravidanza, il parto e la menopausa, che oggi vengono trattate alla stregua di malattie. Riteniamo che questi momenti vitali devono essere affrontati e approfonditi collettivamente dalle donne. Vogliamo affermare una potenzialità nostra da secoli: l'abilità di curare." (1)
Gin-ecologia è diviso in quattro parti. La prima tratta le alterazioni del ciclo mestruale, la seconda le infezioni, la terza tumori e alimentazione. La quarta oltre al glossario di termini medici contiene una sezione sugli oligoelementi e un'altra molto chiara e pratica sull'impiego di oli essenziali e tinture madri. Il libro di chiude con una bibliografia molto dettagliata, chiara e varia con anche un elenco di indirizzi utili (chiaramente visto che il libro è un po' datato sarà utile un aggiornamento) e un indice analitico delle piante citate, sia con il nome in latino che in italiano.
Per ogni disturbo sono descritti cause e sintomi, indicazioni su come viene curato dalla medicina ufficiale ed alcune proposte alternative, principalmente utilizzando erbe, tinture madri, oligoelementi, automassaggio con un occhio anche alla medicina orientale e all'alimentazione. Non è uno di quei tomi monumentali, come è scritto anche nella prefazione, quindi va sicuramente integrato, ad esempio con un buon libro di botanica per poter riconoscere e preparare le erbe citate, ma fornisce comunque molte informazioni utili e pratiche.
Non so voi, ma io sentivo il bisogno di un libro del genere, specifico e mirato, inoltre lo spirito di questa studiosa mi ha colpito ed entusiasmato. Cito dall'introduzione alcuni passaggi rappresentativi:
"Tutto è cominciato con la presa di coscienza da parte delle donne dell'immensa espropriazione operata sul loro sapere e potere di guaritrici, della quale erano state vittime a tutto vantaggio della casta medica. Le streghe furono bruciate perché sapevano troppo; da allora la medicina ha messo in disparte le donne relegandole a ruoli subalterni...
I risultati sono un muro di incomprensione, terapeuti che sopprimono i sintomi senza curare le cause, uso sconsiderato di ormoni sintetici anche per diagnosi vaghe come 'mestruazioni dolorose', 'acne', addirittura ',menopausa'...
Tuttavia l'autovisita, in particolare se praticata in gruppo, e la discussione che ne deriva, sono indicate per tutte le donne, comprese quelle dei paesi sottosviluppati. Per di più le terapie cui si è maggiormente interessato il movimento di self-help sono applicabili ovunque, poiché si basano su quello che ci dà la terra; basta solo prendersi il tempo di studiare le piante locali".

Qui trovate il sito della casa editrice (in francese) e i titoli degli altri libri dell'autrice.
Qui un sito italiano dedicato al self-help.

Note
(1) Citazione da Lessico politico delle donne, Edizioni Gulliver, 1978 pagg. 77 e 79.

venerdì 26 febbraio 2016

Strega

Strega di Remo Guerrini, Interno Giallo Editore, 1991.
Numero pagine: 239
Lingua orginale: italiano
Prima edizione: 1991

Questa volta vi faccio un favore, e vi parlo di un libro che potete effettivamente trovare senza smuovere biblioteche dall'altra parte del paese o mobilitare tutti i vostri amici frequentatori di mercatini di libri usati.
Infatti, benché l'edizione che ho io sia del 1991, il libro è stato ristampato nel 2013 da TimeCrime ed è dunque ordinabile facilmente. Notare che che l'ha rieditato ha pensato bene di cambiare la copertina che, come potete vedere, non è proprio un fiore (e comunque, giusto per essere un po' ipercritici, anche quella nuova non è che sia particolarmente adatta o originale).
Tanto per cambiare, l'ho trovato per caso fra altri libri usati. Il bello è stato che la sovra-copertina non c'era, quindi era un banale libro grigio con autore e titolo scritti in piccolo su dorso, poteva passare facilmente inosservato, ma io, che quando voglio so essere metodica, l'ho sfogliato, e mi è bastato leggere qualche nome e toponimo per mettermelo sotto braccio e portarmelo a casa (non temete, nel mentre l'ho anche pagato!). Infatti Scribani, Triora e Isotta Stella erano nomi che conoscevo. Il romanzo infatti, rievoca gli anni del processo alle streghe del paesino ligure attraverso le voci di Battistina, presunta stega di appena 13 anni, e Niccolò, scrivano del commissario della Repubblica di Genova inviato a dirimere la questione giudiziaria. All'inizio le due linee narrative sono sfasate cronologicamente, la parte su Battistina infatti racconta la vita della ragazzina e gli avvenimenti del primo periodo del processo; quella di Niccolò parte invece dal viaggio che porterà lui e Scribani nel piccolo borgo, per presiedere alle accuse e condanne successive. Si riuniscono dall'incontro dei due protagonisti, e sebbene all'inizio questa tecnica narrativa confonda un po' le idee, si rivela vincente per la possibilità di approfondire entrambi i punti di vista.
Particolarmente verosimile e definita è la personalità di Battistina, con la sua rozzezza, ingenuità e selvatichezza di ragazza del popolo, ed ho trovato interessante anche il racconto di come, assistita dall'anziana nobildonna Isotta Stella, la giovane "strega", dopo essersi cosparsa di un particolare unguento, abbia la visione del sabba.
Un altro personaggio notevole è Juan Ferdinando Centurione, esperto di stregoneria formatosi sui libri e collaboratore dello Scribani, bibliofilo e disilluso, deforme ma profondamente umano, acquista una sfumatura inaspettata nel finale. E la conclusione stessa del libro è stata per me totalmente inaspettata.
E' da rilevare anche l'attenzione dell'autore nel descrivere i luoghi e le credenze, nonché la capacità di rispettare i fatti realmente avvenuti, costruendoci intorno una storia che comunque fila.
Lo consiglio sia agli appassionati di storie di streghe, sia a coloro che sono interessati ai fatti di Triora, sia a chi voglia godersi un buon romanzo storico.
Per integrare si possono consultare: Bagiue di Sandro Oddo, Le streghe e l'Inquisizione di padre Francesco Ferraironi, L'inquidizione a Genova e in Liguria di Carlo Brizzolari, e i testi citati nelle bibliografie di questi volumi.